La vetrata proviene dal Duomo di Cortona.
(1516).
La presente vetrata, con quella analoga raffigurante la Natività ora a Detroit, faceva parte di un unico complesso allogato dagli Operai del Duomo nel Febbraio 1516 al Marcillat e destinato al coro della Cattedrale (al tempo Pieve) di Cortona: tale complesso è ricordato nei libri mastri di bottega tenuti dall’Autore e dalla testimonianza delle Vite del Vasari che ricorda “…nella pieve di Cortona la fenestra della cappella maggiore; nella quale fece la Natività di Cristo e i Magi che l’adorano…”.
Il complesso rimase in situ probabilmente fino agli inizi del 1700, quindi fu venduto alla famiglia Ridolfini-Corazzi presso la quale rimase fino al 1864; successivamente fu esposto come parte di una collezione privata nel Palazzo del Podestà di Firenze ed in seguito, nonostante le offerte di acquisto da parte del Governo italiano, fu venduto nel 1883 e smembrato tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti d’America.
Il brano appare coerente con le altre vetrate realizzate dal Maestro nel primo periodo stilistico della propria carriera, comprendente le opere romane, le cortonesi superstiti e quelle eseguite a Cortona per Arezzo: tutte risultano accomunate dalla medesima ampiezza, dalla stessa pacatezza e da omogeneità nella scelta dei tipi, delle soluzioni cromatiche e delle tecniche impiegate, con un progressivo affinamento stilistico e compositivo da parte del Maestro.
Soprattutto evidente appare il legame – e nello stesso tempo il progresso – rispetto alla serliana romana di S. Maria del Popolo con le Storie del Cristo (1508-1510) e con le analoghe scene di Adorazione: l’impostazione spaziale si avvale di schemi analoghi, con una progressione prospettica che comprende il basamento con l’iscrizione / lo spazio “abitato” con partito architettonico classicheggiante aperto / il fondale paesaggistico: l’integrazione tra architettura e natura è ottenuta in entrambe i casi graduando i toni dei verdi secondo una sensibilità prospettica “aerea” che poi rimarrà come punto fermo nelle realizzazioni successive del Marcillat.
In questo spazio così equilibrato nelle sue componenti e nello stesso tempo così solenne per i richiami all’architettura all’antica le figure appaiono ampie, ben ponderate, animate da gesti cadenzati e fluenti, non ancora costruite con quel segno nervoso e non ancora pervase da quel dinamismo teso e scattante di derivazione michelangiolesca che diverrà la “sigla” di riconoscibilità delle più tarde opere aretine (1518-1524).
Maggior scioltezza rispetto a Roma si nota nei tratti delle figure e nel loro bilanciarsi reciproco, nell’elaborazione dei panneggi, segni dell’evoluzione interna dell’Artista.
Ed infatti, se in entrambe le vetrate di Roma e Cortona evidenti appaiono alcuni tratti nordici nella scelta e nella resa dei tipi umani (Atherly) – retaggio dell’educazione giovanile del Maestro, nativo del Berry – nell’opera cortonese maggiormente assimilati e rielaborati si mostrano gli influssi della cultura dell’Italia Centrale e delle tradizioni romana, toscana ed umbra, come notato ad esempio per la figura della Vergine che richiama analoghe immagini del Signorelli (Sinibaldi), autore che il Marcillat probabilmente conobbe proprio a Cortona.
Se l’impalcatura spaziale e l’evoluzione dei modelli rimandano a fonti italiane, non così è per l’estrema attenzione riservata al particolare e per le tecniche impiegate per rendere la veridicità ad esempio della damaschinatura delle stoffe, dei dettagli minuti e la naturalezza delle ombre e degli incarnati attraverso un repertorio di strumenti (uso dei vetri placcati, uso del giallo d’argento e delle grisaglie a tratteggio parallelo) che è senz’altro ricollegabile alla grande tradizione vetraria franco – fiamminga conosciuta dal Maestro in patria: in questo senso l’immagine sontuosa delle figure dei Magi e la resa virtuosistica in tutti i più minuti passaggi dei volti barbati sembrano già preannunciare la complessità e la ricercatezza di alcune soluzioni formali e tecniche impiegate per le tipologie maschili delle più tarde vetrate aretine, come quelle con la Cacciata dei Mercanti dal Tempio o la Resurrezione di Lazzaro.
STATO DI FATTO: Le traversie subite dalla vetrata e dalla gemella con la Natività ora a Detroit, a partire dallo smontaggio settecentesco fino allo smembramento conseguente alle ripetute vendite, hanno sicuramente influito sullo stato di conservazione delle opere.
Da alcune foto degli inizi del ‘900 (Mancini) si nota soprattutto la presenza di numerosi piombi di frattura, spesso in corrispondenza di tessere vitree di grandi proporzioni (spesso impiegate dal Marcillat), come ad esempio nel manto della Vergine, nel volto del Mago inginocchiato di profilo, nelle vesti del S. Giuseppe, nei brani architettonici e nello sfondo paesaggistico; al contrario, di difficile lettura risulta da tale documentazione lo stato delle grisaglie.
Più recentemente (1988) si è avuta notizia (Tafi) di un moderno intervento di restauro conservativo, volto alla salvaguardia dell’integrità dell’opera.
Recentissime indagini archivistiche (Virde) hanno poi confermato quanto già ipotizzato in passato circa la provenienza francese dei vetri impiegati dal Maestro nella realizzazione delle opere cortonesi: nei libri mastri di bottega risulterebbero infatti le spese per vari ordinativi di partite di vetro acquistate per lo più dal mercante Guido Bressone di origine francese, che commercializzava il vetro fino della propria patria attraverso la piazza di Roma.
Marina Del Nunzio (Scheda BIVI, settembre 2001).
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